Le regole per l’esercizio fisico dopo l’infarto

Come eseguire una corretta riabilitazione cardiaca facendo esercizio fisico dopo un infarto? Ne parliamo con Domenico Cianflone, primario dell’Unità Operativa di Riabilitazione Specialistica Cardiologica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

di Rosy Matrangolo

23 Agosto 2021

Monitorare la frequenza cardiaca è importante durante l’attività fisica dopo un infarto belchonock / 123rf.com

 

Non è mai sbagliato preferire uno stile di vista attivo che tenga conto del movimento nella propria quotidianità. Ma se il principio è assodato come atteggiamento preventivo contro l’insorgenza di malattie e per tardare l’invecchiamento a più livelli, meno lo è quando si parla di heart health, il benessere del cuore. Soprattutto se siamo di fronte a una persona che ha avuto un  infarto. L’atteggiamento psicologico di chi ha vissuto in prima persona un episodio infartuale è frequentemente categorico: si rinuncia a qualsiasi forma di sforzo per timore possa accadere di nuovo, oppure al contrario ci si sente invincibili per aver  superato l’infarto senza danni invalidanti e ci si improvvisa atleti olimpici.

 

Ma con la salute spesso il giusto sta nel mezzo e senza strafare è molto importante che il soggetto colpito da infarto possa tornare ad avere fiducia nelle proprie possibilità di condurre una vita facendo dello sport un’attività benefica per il cuore. Ma quali sono le regole per una corretta riabilitazione cardiologica a seguito di un infarto? Risponde Domenico Cianflone, primario dell’Unità Operativa di Riabilitazione Specialistica Cardiologica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano; Professore Associato di malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università Vita-Salute San Raffaele e membro del Cardiac Rehabilitation Advisory Group dell’American Heart Association.

 

Cosa succede quando si verifica l’infarto

“L’infarto è definito tecnicamente come il danno del muscolo cardiaco (il miocardio) a seguito dell’occlusione di un’arteria coronarica dovuta prevalentemente a un trombo (o coagulo) – premette Cianflone -. Questo danno miocardico può essere di entità da minima a piuttosto estesa, per una serie di fattori molto variabili e non prevedibili. A oggi non è possibile prevedere l’insorgenza di un infarto e ogni episodio può portare a esiti anche molto diversi. L’entità del danno miocardico, quindi, può lasciare la funzione del cuore da solo molto lievemente ridotta a molto compromessa. Tutto questo significa che ogni paziente va valutato nella specificità della sua situazione al fine di poter definire un programma di riabilitazione cardiaca più appropriato a seconda di quanto è stata alterata la funzione del cuore”.

 

Quali conseguenze dopo l’infarto?

“C’è il fattore tempo che contribuisce allo sviluppo ed alla estensione della gravità del danno a carico del cuore quando si verifica un infarto del miocardio – chiarisce il primario dell’Unità Operativa di Riabilitazione Specialistica Cardiologica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano -: i sintomi riferiti dal paziente nella prima chiamata al numero di Pronto intervento sono un importantissimo elemento che permette alla rete assistenziale territoriale di trovare nel minor tempo possibile la struttura ospedaliera disponibile più adeguata.

 

Inoltre, l’esito dell’elettrocardiogramma, meglio se eseguito precocemente dal personale dell’ambulanza, come avviene in moltissime regioni italiane, permette di stabilire la strategia di trattamento e procedere immediatamente all’esame coronarografico per individuare dove si è verificata l’occlusione e procedere con la riapertura dell’arteria o, quando il quadro elettrocardiografico non sia chiaro, attendere i risultati di uno specifico esame del sangue, eseguito una volta giunti in ospedale, che, insieme a un ecocardiogramma, fornisce ulteriori dettagli e definire la strategia di trattamento.

 

Il paziente su cui si è potuti intervenire tempestivamente avrà più possibilità di essere dimesso con danno contenuto, mentre se aumenta il numero di ore dall’esordio dei sintomi alla procedura, il recupero della parte danneggiata sarà molto più difficile: questa persona avrà bisogno con tutta probabilità di supporti terapeutici prolungati e più complessi”.

 

Quanto tempo ci vuole per riprendersi dopo un infarto?

“Il tempo è variabile e dipende, come si può intuire dalla entità del danno miocardico e dalla funzione residua del cuore. Per tutti la prima strategia è seguire le regole di prevenzione suggerite per qualunque cardiopatia e per i soggetti predisposti, com’è nel caso delle persone ipertese e/o diabetiche. L’obiettivo del post infarto, per tornare a una vita cosiddetta normale, è far sì che il cuore sia nella condizione di fare un lavoro adeguato alla sua nuova funzionalità, ridurre la probabilità l’eventualità di un secondo episodio infartuale e ridurre la probabilità di sviluppo e progressione scompenso cardiaco, di cui l’infarto è prima causa.

 

Dopo un infarto il paziente è generalmente portato a conoscenza della sua prognosi e, dunque, delle terapie cui è necessario sottoporsi. Non esiste uno standard relativamente ai tempi di recupero dopo un infarto: la valutazione tiene conto di molteplici componenti, seguendo un approccio che tenga conto della funzione chiave come la funzione respiratoria e quella renale che potrebbero risentire della ridotta funzione cardiaca. In queste situazioni i tempi per un recupero sono più lunghi. Nella maggior parte dei casi, però, l’arteria è stata aperta subito, il danno non si è esteso dopo pochi giorni, e la persona è in grado di tornare alla sua vita e prendersi cura di sé stessa, ma seguendo attentamente i principii di prevenzione cui accennavamo prima”.

 

La riabilitazione cardiologica dopo l’infarto

“Ogni paziente dopo un infarto o minaccia di infarto (sindrome coronarica acuta) dovrebbe fare un periodo riabilitativo ma raramente questo avviene per tutti– commenta il Professore Associato di malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università Vita-Salute San Raffaele -. La riabilitazione cardiologica consiste in un insieme di azioni volte a

  • ottimizzare la terapia farmacologica così da migliorare la prognosi;
  • sviluppare nella popolazione un’educazione sanitaria per la riduzione dei fattori di rischio (i fattori di rischio su cui si interviene da subito riguardano principalmente i livelli di colesterolo; il sovrappeso e l’obesità, il diabete, i livelli di stress e lo stile di vita sedentario);
  • svolgere un’attività fisica in ambito controllato e coordinato con cardiologo e fisioterapista;
  • fornire un supporto psicologico che accompagni il paziente ad accettare e convivere serenamente con la propria nuova condizione;
  • Fornire adeguato supporto nutrizionale, per correggere eventuali errori alimentari.

 

L’attività motoria dopo l’infarto

“La  riabilitazione cardiologica, di cui l’attività motoria è una componente, può avvenire seguendo 3 fasi, ma non necessariamente ogni paziente deve passare per tutte e 3. Anche qui, è la singola situazione clinica a stabilire in che modo debba avvenire il recupero.

  • La prima fase è la cosiddetta “intensiva” ed è eseguita in ambiente ospedaliero in forma residenziale; può durare circa due settimane e gli esercizi per “allenare” il cuore sono eseguiti sotto sorveglianza del cardiologo e del fisioterapista che valutano molteplici parametri funzionali
  • La seconda fase riabilitativa avviene in regime ambulatoriale e può durare qualche settimana; il paziente esegue l’iter terapeutico prescritto dagli specialisti ed esegue anche a casa il protocollo di recupero pur sotto monitoraggio. L’obiettivo è il miglioramento della tolleranza allo sforzo, valutata sia come aumento delle prestazioni complessive che come mantenimento o riduzione dei consumi cardiaci.

Questa fase prevede programmi strutturati di allenamento fisico associati a counseling, ovvero percorsi educativi e psicologici finalizzati alla correzione dei fattori di rischio modificabili, come fumo, alimentazione, sedentarietà e più in generale al cambiamento dello stile di vita.

  • La terza fase riguarda il mantenimento, l’allenamento da portare avanti nel lungo periodo e che avviene in autonomia o presso centri specializzati. Si svolge nel lungo termine e rappresenta il percorso di mantenimento di un adeguato livello di attività fisica e di un corretto cambiamento nello stile di vita. L’obiettivo non è l’incremento della prestazione fisica, ma consolidare la prevenzione secondaria ed il mantenimento del corretto stile di vita impostato durante le precedenti fasi.

 

L’allenamento aerobico dopo l’infarto

Una volta rientrati a casa, se non si viene seguiti da specifici programmi riabilitatitivi di medio e lungo termine, la persona che ha avuto un infarto dovrebbe seguire allenamenti di tipo aerobico: gli esercizi dovrebbero strutturarsi in attività progressive che abbiano durata di 30, 40 minuti per un complessivo di circa 150 minuti a settimana: camminare, anche a passo svelto, andare in bicicletta, o sul treadmill o nuotare sono attività consigliate. Il parametro da monitorare durante l’attività fisica è la frequenza cardiaca.

 

Il valore di riferimento più semplice, quando non vi siano indicazioni personalizzate è la frequenza cardiaca teorica massimale che  si ottiene eseguendo un semplice calcolo: 220 per gli uomini, 200 per le donne cui va sottratta l’età e su cui successivamente calcolare il 75/80%. Questo risultato fornisce il numero di battiti al minuto che si dovrebbe osservare durante l’attività. Man mano che ci si esercita nell’allenamento, la frequenza auspicata sarà raggiungibile spingendo un po’ di più sulla propria prestazione, ma sempre senza esagerare. Lo scopo della riabilitazione non è dimostrare che si può nuovamente raggiungere il massimo sforzo ma migliorare progressivamente l’equilibrio tra lavoro muscolare e lavoro cardiaco”.



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